sabato 14 giugno 2014

Italia Germania 0-40

Oggi gli appassionati di calcio avranno gli occhi puntati alla TV per l'esordio della partita della Nazionale che, nell'ormai lontano 1970, si rese celebre per la trionfale e quasi epica vittoria contro la Germania.

Una Germania che evidentemente dev'essersela "legata al dito" contro di noi, non solo per quella partita, ma anche quella competitività del mercato italiano che mordeva troppo alle caviglie teutoniche.

Vi domanderete: ma di cosa stai parlando ?

Non di calcio, tranquilli, ma della più semplice ed elementare legge del mercato: i prezzi salgono se cresce la domanda e l'offerta. Di converso, scendono se cade la domanda e conseguentemente l'offerta.

L'Eurozona, fra gli innumerevoli danni che ha prodotto e che continua a disseminare, è riuscita a sovvertire anche questa  banale regola economica. Tutto questo grazie, essenzialmente, alla libera circolazione dei beni e capitali e alla mancata adozione di meccanismi di aggiustamento degli squilibri commerciali che si sono aggravati nel corso degli anni.

Bisogna dirlo per evitare interpretazioni fuorvianti che depistano dalla comprensione della realtà.

A tale riguardo, l'articolo del prof. Tronti documenta come "l'indice dei prezzi al consumo sia aumentato in Italia del 94% (dal 1990 al 2012), mentre in Germania del 52% (42 punti in meno), contro una media dell'EZ del 69% (che significa 25 punti in meno)".

Quindi se un prodotto X nel 1990 poteva grossomodo essere acquistato allo stesso prezzo in Italia e Germania, oggi quello stesso prodotto si paga qui da noi il 40% in più che in Germania.

Il tasso di cambio reale, ossia il rapporto fra il livello generale dei prezzi interni fra due Paesi, in Italia si è svalutato del 21% nei confronti della Germania.

Qual è la ragione di tutto questo, considerando che la dinamica salariale in Italia non ha avuto alcuna incidenza sull'inflazione, restando ancorata ai valori di 20 anni fa ?

A mio modo di vedere, contrariamente dalle conclusioni del prof. Tronti, le cause non sono ravvisabili nelle croniche inefficienze del sistema economico, ma nell'adozione della moneta unica.

La crescita più sostenuta dei prezzi in Italia ha inevitabilmente reso meno competitivi i prodotti nazionale e ha determinato un indebitamento nei confronti del settore estero. Di qui il deficit delle partite correnti.

La Germania, infischiandosi dei princìpi di cooperazione e solidarietà europea (che nei Trattati equivalgono alle "grida manzoniane") ha "giocato" al ribasso, tenendosi ben al di sotto della soglia del 2% prescritta dalla BCE.

In altri termini, la Germania ha svalutato in termini reali rispetto all'Italia e, più in generale rispetto ai PIIGS dell'Eurozona, che hanno simmetricamente rivalutato rispetto ai tedeschi.

Perchè i prezzi della Germania non sono aumentati come avrebbe dovuto accadere seguendo quel normale principio economico che a più domanda segue più offerta e quindi maggior prezzo ?

Per le ragioni anzidette che qui ripeto: libera circolazione dei beni e capitali e la mancata adozione di meccanismi di aggiustamento degli squilibri commerciali che si sono aggravati nel corso degli anni.

La crescita della domanda interna, ma anche nei PIIGS, è stata "drogata" in questi anni da ingenti flussi di capitale provenienti dal Nord Europa e che hanno accresciuto l'inflazione.
La Germania, dalla sua, ha giocato a rubamazzetto come dice Vito Lops; ha riformato il mercato del lavoro precarizzandolo e sottoccupando milioni di tedeschi (destinati alla disoccupazione) attraverso  minijobs da 450 Euro mensili che, non dimentichiamolo, fino a poco tempo fa erano cumulabili in capo allo stesso lavoratore che poteva così essere assunto due volte dallo stesso datore di lavoro, senza il versamento di contributi previdenziali  (non è dumping salariale ?), registrando, grazie alla rigorosa obbedienza teutonica operaia, una riduzione dei salari pro capite del 6% fra il 2003 e 2009.

Orbene, se un'aggregazione monetaria si pone un obiettivo (a dir poco opinabile) del 2% massimo d'inflazione ed un Paese si mantiene stabilmente MOLTO AL DI SOTTO di questo obiettivo, come ha fatto la Germania, nei fatti quel Paese SVALUTA IN TERMINI REALI.

Questo è quanto è successo: la competitività tedesca che permette forti esportazioni, a danno dei concorrenti, è basata sulla RIDUZIONE DEI SALARI realizzate attraverso le riforme Hartz, vere agevolazioni parafiscali (AIUTI DI STATO) che hanno consentito agli imprenditori tedeschi di competere con maggiore vantaggi rispetto a tutti gli altri.

L'apparente benessere tedesco incentrato sul modello mercantilista nasconde quindi quelle riforme strutturali che si vogliono oggi imporre ai lavoratori e che come abbiamo detto non hanno colpa sull'aumento dei prezzi.

Questo è quanto mi sarei aspettato di leggere dal prof. Tronti, ma che scrivo io.

E ora Buona Partita.

P.S. Per gli appassionati di calcio, il gol in foto è di Schnellinger. E Speriamo bene non solo per stanotte...



venerdì 13 giugno 2014

Uscire dall'Euro Si Può

Uno dei pregiudizi più ostici quando si dibatte di Euro verte sull'asserita impossibilità di uscita dalla moneta unica in quanto non prevista dal Trattato di Maastricht.

Questa lacuna, già di per sè, dovrebbe far seriamente riflettere sull'antidemocraticità dell' Eurozona, denunciata da Feldstein nell'indifferenza dei più, e candidamente riconosciuta da Jacques Attalì, cofondatore di questa Unione Europea, il quale - per sua stessa ammissione - ne riconosce la recedibilità, sia pure in modi complicati.

La "pietra angolare" su cui ruota l'opportunità di recesso (vedremo poi con quali modalità se meglio concordata o unilaterale) insiste sulla Convenzione di Vienna del 1969 che, nell'ambito del diritto internazionale, rappresenta la fonte di diritto generale e sancisce la prevalenza dei trattati sulle norme di diritto interne da parte degli Stati che ne hanno firmato il predetto riconoscimento.

L'art. 56 prevede la possibilità di recesso dai trattati che nulla dicano in merito a tale facoltà. Si tratta, giuridicamente, di una norma suppletiva (che trova cioè applicazione in via residuale, laddove non sia stata prevista  un'esplicita volontà) che codifica quel principio generale di diritto, che va sotto il nome autonomia contrattuale, valevole per le parti di un accordo negoziale di potere liberamente costituire, regolare ed estinguere rapporti giuridicamente rilevanti.

D'altro canto, l'impossibilità d'uscita dall' "esclusivo club dell'Eurozona" cozza irrimediabilmente contro il dettato costituzionale: se ci fosse ancora qualcuno che azzardasse simili interpretazioni, è bene ricordargli che l'art. 11 della Costituzione  prevede limitazioni di sovranità, intese come compressioni e non cessioni, nè rinunzie di sovranità; limitazioni di sovranità peraltro subordinate

  1. a condizioni di parità fra Stati (e qui sarebbe d'aprire un altro capitolo per esaminare lo status di subordinazione in cui versa la Repubblica Italiana al cospetto degli altri partner europei, che dettano le "regole del gioco"),
  2. ad ordinamenti capaci di assicurare pace e giustizia fra le Nazioni (e qui calo un veloso pietoso).
L'insopprimibile libertà ed autonomia negoziale di uno Stato è agevolmente deducibile anche dall'art. 50 del Trattato di Lisbona che rafforza, se mai ce ne fosse ancora bisogno, la natura pattizia e revocabile del trattato UE, disciplinando le modalità formali del recesso.

Con riferimento all'art. 50 TFUE mi preme tuttavia chiarire che l'iter riguarda la procedura d'uscita dall'UE e quindi risulta di difficile applicazione al diverso caso di uscita dal vincolo pattizio dell'€uro.

Secondariamente l'iter in esame risulterebbe essere particolarmente complesso ed oneroso: il paese membro deve infatti notificare l'intenzione di recedere al Consiglio europeo che formulerà i suoi orientamenti per la formalizzazione di un accordo finalizzato a definire le modalità di recesso.

La distillazione dei tempi e le formalità di adempimento, suggellato dai due anni dalla notifica del recesso, risultano essere sconsigliabili ed anzi incompatibili con le modalità di un'uscita che non abbia serie ripercussioni negative a livello economico.

Acclarata dunque la possibilità di recesso, ossia di svincolo da un rapporto negoziale, è bene ricordare per i non addetti ai lavori, il diritto di liberarsi da un trattato non solo in caso di inadempimento di una delle parti (la mancata cooperazione economica sancita come principio cardine dei Trattati europei sancito dall'art. 5 TFUE) di cui all' art. 60 della Convenzione di Vienna, ma anche del sopravvenuto mutamento delle originarie condizioni in cui era avvenuta la stipulazione del Trattato (art. 61 per il mutamento della clausola "rebus sic stantibus").

Ma non basta: un'ulteriore possibilità di recesso dall'area monetaria viene argomentata da alcuni autori anche dalla condotta ultra vires delle istituzioni, che hanno esorbitato dalle proprie competenze.

Sotto questo profilo, si osserva che l'adozione di strumenti come il Fiscal Comact, che di fatto impediscono l'applicazione di misure atte a favorire lo sviluppo economico di regioni colpite da gravi forme di disoccupazione, autorizzerebbero la misura del recesso.

Ancora la sovranità, quale potere supremo di uno Stato che si estrinseca nella Costituzione, si autolegittima nel momento organizzativo attraverso quel Potere costituente che dà vita alla Carta fondamentale che si decide di adottare nel "consorzio sociale". E' dunque una sovranità (sociale) che non è derivata come accade per l'Unione europea, la quale - invece - trova la sua ragion d'essere nella volontà degli Stati firmatari e dunque nella natura pattizia, insita nei Trattati, che come tali sono suscettibili di revoca.

Insomma, mi pare che di materiale didattico ce ne sia abbastanza per mettere fine anche a questa assurdità, una delle tante farneticazioni che circolano sul tema. 



giovedì 12 giugno 2014

Le cause ed Effetti del Declino Italiano

Il post di oggi prende le mosse dalla conversazione FB intrattenuta col prof. Davanzati, autore dell' articolo "Così muore l'economia italiana", pubblicato da Micro-Mega, in cui individua le causa del declino economico italiano "essenzialmente" nel calo di produttività imputabile a vari fattori fra i quali, non da ultimo, la caduta della domanda aggregata che si è registrata in Italia, almeno a partire dagli ultimi 20 anni, aggravata dalle politiche di austerità.

L'articolo, accompagnato dal grafico sulla dinamica della produttività in Italia, nei paesi europei e negli USA dagli anni 2000-2010, era meritevole di approfondimento con l'autore che a mio avviso illustra le correlazioni fra domanda e produttività, senza tuttavia spiegarne le causalità.

E' di tutta evidenza, infatti, che l'espansione della domanda aggregata generi crescita di produttività e delle strutture dimensionali imprenditive; parimenti, la caduta di essa si ripercuote simmetricamente, con effetto domino, sulla produttività, sui livelli occupazionali (che ovviamente si contraggono), sui salari e dunque sui consumi che disincentivano le innovazioni.

Ferma restando la bontà delle soluzioni ivi suggerite, la concatenazione relazionale dei meccanismi illustrati lascia insolute le radici di questo declino che, contrariamente a quanto dedotto nella premessa dell'articolo, non è affatto antecedente all'adozione della moneta unica, ma ne rappresenta invece la causa scatenante.

Qui a lato (il grafico è di Scenari Economici) si documenta inconfutabilmente la portata della catastrofe e, segnatamente, l'impatto che la moneta unica ha avuto sulla nostra economia.

L'adozione del cambio fisso è assolutamente incompatibile con la nostra struttura economica; paradossalmente, lo stesso grafico pubblicato da Davanzi certifica la disfatta di quanto avvenuto, fotografando la dinamica della produttività negli anni dell'Euro (2000-2010).

Ma se l'avvento della moneta unica decreta la morte produttiva e industriale del sistema italiano, l'esperienza storica più recente ci dimostra che i nostri guai hanno sistematicamente coinciso con l'irrigidimento dei cambi: 1979 (ingresso nello SME), 1987 (ingresso nello SME "credibile") e 1996 sono le 3 date fatidiche che segnano il calo della nostra produttività rispetto soprattutto a quella tedesca.

Viceversa, in presenza di una Lira fluttuante, in regime di cambio fluttuante, abbiamo registrato una migliore variazione produttiva. D'altronde se un accordo valutario chiude i mercati di sbocco determina una flessione delle esportazioni nette. A quel punto è inevitabile che i produttori siano meno incentivati a incrementare la produttività, non avendo ragionevoli aspettattive di collocare i propri prodotti.

Praticare prezzi più convenienti aiuta a diventare più competitivi, ma la maggiore competitività dipende dalle capacità di vendita che oggi (come osservato qui) è penalizzata dall'agganciamento ad una valuta artificialmente sopravvalutata.

Il prof. Davanzati mi ha amabilmente obiettato un'impostazione monocausale, rilevando che "... il tasso di cambio non spiega la recessione dei primi anni sessanta e tantomeno ancora quella ancora più intensa dei primi anni settanta".

In effetti il regime di cambi non c'entra nulla con le crisi di quei due periodi.

Le determinanti della crisi sociale italiana degli anni '60 sono, in qualche misura, coeve alla fase di intenso e straordinario sviluppo rappresentato dal miracolo economico 1956-1962. Nella storia dell'Italia post-unitaria nessun periodo storico ha fatto più registrare un così intenso e prolungato ciclo di espansione. Era dunque del tutto "fisiologico" un rallentamento in quegli anni.
Secondariamente, l'Italia era sproporzionatamente subordinata alle ragioni dell'economia americana e agli interessi strategici del sistema sovranazionale incardinato attorno agli USA.

Negli anni '70, invece, è stato lo shock petrolifero ad avviare non solo in Italia, ma in tutti i paesi occidentali, politiche recessive che col cambio flessibile non avevano alcun legame. Vieppiù nella metà degli anni '70 si è registrata una contrazione del commercio internazionale del 5% che non si verificava addirittura dal 1952.

Mi pare quindi di poter sostenere che "a crisi diverse" debbano essere addotte ragioni obiettivamente diverse. A conforto di quanto sia penalizzante la moneta unica richiamo ancora qui di seguito il seguente grafico:













che il prof. Sapir ha commentato col seguente tweet:







QUESTO PROVA (1) EFFETTI NEGATIVI DELL'EURO (2) CHE L'ITALIA ERA UN COMPETITOR DELLA GERMANIA (3) LA GERMANIA STA USANDO L'EURO COME UN'ARMA.

AMEN

Italiano di che ti lamenti ?

Il post non è poi così tanto provocatorio: prende spunto da questa slide che fa un'efficace sintesi delle nostre abitudini di consumo, che abbiamo ormai consolidato nel vivere quotidiano senza, forse, neppure accorgercene.
Compriamo, mangiamo, beviamo e ci vestiamo tutto estero.

Qualcuno dirà: se vuoi che il tuo Paese produca, compra ciò di che è capace a produrre. Elementare Watson, se non fosse che quegli stessi prodotti, che qui vediamo elencati, realizzati in Italia sono meno competitivi e meno concorrenziali.

Le ragioni di tutto questo coincidono esattamente con le ragioni per cui siamo in crisi.  E perchè siamo in crisi ? Qui il dibattito politico ed economico si divide.
Da una parte c'è chi individua le ragioni del nostro declino nella "castacriccacorruzionedebito" (su cui rinvio a questo post).
Altri invece ritengono che il problema risieda sul lato offerta, vale a dire nella caduta di produttività italiana e nella carenza di investimenti privati.

Ma siamo sicuri che sia questa la corretta chiave di lettura ? E' mai possibile che abbiamo perso - improvvisamente - la nostra capacità di fare e di fare bene, di competere, noi italiani che abbiamo diffuso e fatto apprezzare il Made in Italy in tutto il mondo ?

Se vogliamo dare una risposta credibile al legittimo interrogativo, dobbiamo necessariamente volgere il nostro sguardo al "passato", alla storia economica più recente da cui emerge un dato inconfutabile: i cali di produttività italiana - e conseguentemente la perdita di competitività - hanno sempre e sistematicamente coinciso con l'introduzione di cambi fissi: è successo dopo il 1979, quando l'Italia entrò nello SME, dopo il 1987 quando entrammo nello SME credibile (regime di cambio ancora più rigido) e infine nel 1996 quando l'allora Governo Prodi diede corso al programma di rivalutazione per il nostro ingresso nella tonnara dell'Euro.

Già, perchè,  fra le tante sciagure che abbiamo patito e stiamo patendo, c'è la sventura di esserci agganciati ad una valuta (l'Euro) che, essendo una media fra tutte le monete confluite nel "club dell'Eurozona", risulta artificiamente sopravvalutata rispetto alle nostre caratteristiche economiche.

E' successo, infatti, che passando dalla lira all'Euro, l'Italia sia passata da una valute "debole" ad una più forte; di converso, la Germania, passando dal marco all'Euro è passata da una moneta "forte" ad una più debole.

Abbiamo assistito a bank-run ? ossia a corse agli sportelli presso le banche tedesche per prelevare i propri marchi e scongiurare la pericolosa svalutazione della propria valuta ? Macchè, nient'affatto, anzi ....

I tedeschi sono passati da una divisa (il marco) che rispetto al dollaro si rivalutava, ad una valuta (l'Euro) che nei suoi primi anni si è addirittura svalutato del 30 % rispetto al $.

Così, la casalinga di Dusseldorf ha continuato a fare la propria spesa nei supermercati di Dusseldorf, a comprare i suoi prodotti, i pendolari hanno continuato a usare i mezzi di trasporto tedeschi, ecc. ecc.

L'area valutaria dell'Euro ha di fatto chiuso i mercati di sbocco ai prodotti italiani, dando luogo ad una flessione di esportazioni nette. Va da sè che, esportando meno, si vendano meno prodotti e, di conseguenza, gli imprenditori abbiano meno risorse da investire per innovare, migliorare i prodotti.

I dati storici sono impietosi su questo fenomeno: la produttività media del lavoro è crollata in 40 anni, dimezzandosi dal 4% (dal 1970 al 1980) al 2% (dal 1981 al 1995), per poi declinare, ulteriormente, allo 0,2% nel periodo 1996 - 2009.

Queste considerazioni nulla vogliono, nè intendono rappresentare un'alibi ai mali storici italiani che peraltro non hanno impedito buone performance in altre circostanze temporali (il riallineamento del cambio nel 1984 ha effettivamente dato una "boccata d'ossigeno" alla nostro produttività; l'uscita dallo SME nel '92 ha ridato impulso positivo alla nostra produttività che ha recuperato su quella tedesca).

Ma, come vederemo, non finisce qui perchè noi Italiani brilliamo per astuzia solo nelle barzellette con tedeschi, francesi, ma quando si parla di economia e finanza ci facciamo spennare come polli.




mercoledì 11 giugno 2014

La Missione Tradita della BCE

Da troppo tempo si sta stratificando nell'opinione pubblica e nei dibattiti il convincimento che la funzione unica della BCE, sulla base della normativa europea, sia rappresentata dall'esigenza di far salva la "stabilità dei prezzi".

E' bene ricordare che la BCE racchiude nel suo mandato anche un altro dovere, troppo spesso colpevolmente sottaciuto: "contribuire a realizzare gli obiettivi dell'Unione" prescritti dal Trattato sull'Unione Europea che, guardacaso, sancisce la "piena occupazione" (art. 3 par. 3 TUE).

Abbiamo già visto che stabilità dei prezzi (quindi controllo dell'inflazione) e piena occupazione siano condizionalità antitetiche: nel momento in cui ci si prefigge un programma di pieno impego, occorre accettare l'idea dell'innalzamento dell'inflazione. 

La domanda che allora sorge spontanea è: come mai non si contemperino le due soluzioni ? In altri termini, perchè Mario Draghi non coniuga gli obiettivi di salvaguardia e controllo dei prezzi, nei limiti istituzionalmente sanciti dal Trattato di Maastricht, con l' ulteriore "realizzazione degli obiettivi comunitari" che la stragrande maggioranza degli economisti sembra essersi dimenticata.

L'interpretazione letterale della norma che intende far salva la finalità principale della stabilità dei prezzi non ha alcun pregio. Il legislatore europeo non dispone infatti l'assoluto sacrificio di una finalità (l'occupazione)  per perseguire l'esclusiva realizzazione dell'altro obiettivo, ossia l'incondizionata realizzazione del controllo dei prezzi.

E' evidente che i due obiettivi debbano essere contemperati e che quindi politiche di sostegno all'occupazione debbano essere coordinate nei limiti del 2% di inflazione

La realtà dei fatti dimostra chiaramente che questo non avviene: la BCE tradisce la sua mission, sbilanciandola nettamente a favore dell'esclusivo controllo dei prezzi e con l'adozione di misure che nulla hanno a che fare per sostenere la piena occupazione.

La priorità alla lotta all'inflazione, che l'art.127 TFUE offre, non inficia dunque il perseguimento contemporaneo dell'ulteriore scopo sancito dalla norma (la realizzazione degli obiettivi dell'Unione) che non costituisce affatto obiettivo marginale o accessorio, essendo - anzi - un principio cardine che permea l'intero assetto normativo europeo ripetutamente richiamato in varie sezioni.

Quindi la prevalenza di un fine (il controllo dei prezzi) non comporta affatto l'eliminazione o sacrificio dell'altro. La BCE sta operando in base al principio "tamquam non esset", come se il suo agire fosse unicamente ispirato all'esigenza di controllo dell'inflazione. Non lo è affatto.

Di qui la conseguenza: è una "missione tradita", quella di Draghi, posto a capo di una istituzione che, di fatto, non si raccorda con le finalità sancite dai Trattati.





martedì 10 giugno 2014

Scacciavillani e la Manopola del Volume

Fabio Scacciavillani, capo economista di fondi d'investimenti dell'Oman, si diletta, di tanto in tanto, a catturare magicamente l'attenzione di fans e followers dispensando in rete "pillole di saggezza" che mirano non soltanto a "cannonare" chi propone il ritorno alla lira e alla sovranità monetaria (qui la gustosissima storify di Claudio Borghi), ma che sovvertono anche i più elementari princìpi di economia politica.

E' il tweet qui incorniciato, ove il nostro investitore omanita s'ascrive fra i negazionisti di quel legame fra disoccupazione ed inflazione (tema a lui particolarmente caro), di cristallina evidenza ai tanti che la sperimentano sulla propria pelle;  in ambito macro-economico va sotto il nome di Curva di Phillips, ma  per il nostro economista senza turbante si risolve, evidentemente, in una manopola del volume di qualche apparecchio elettronico prodotto dall' "omonima" (?) azienda olandese.

Non occorrono master, specializzazioni varie o altre amenità per sconfessare una simile corbelleria che, fra le tante che circolano, contribuiscono ad inquinare il mare magnum dell'informazione.

E' evidente, in un contesto come l'attuale dominato da forte disoccupazione, che più sono i lavoratori disponibili, più un imprenditore potrà selezionare le richieste di assunzione, offrire e quindi "spuntare" salari più bassi. E' la più semplice e banale legge della domanda e della offerta, tale per cui la disoccupazione altro non è che un esubero di lavoratori non assorbiti dal mercato del lavoro.

Quindi se come oggi la disoccupazione sale, i salari si riducono e quindi, con meno redditi da consumare, l'inflazione si riduce.

Disvelato questo segreto, che non possiamo certo annoverare fra quelli di Fatima, emerge, dunque, una esplicita relazione inversa (gli inglesi parlano di trade-off, costo/opportunità), di lungo periodo, tra inflazione e disoccupazione. Ne consegue che quando l'inflazione è elevata (perchè aumenta l'indice generale dei prezzi dato che i lavoratori hanno redditi da consumare), avremo un riassorbimento della disoccupazione e viceversa.

Questo, beninteso, non significa escludere equilibri di breve periodo caratterizzati da disoccupazione, nell'ambito dei quali possano essere adottate politiche di gestione della domanda aggregata che riconducano al descritto risultato.

Ciò che preme qui rilevare è la descrizione di quel rapporto inverso fra inflazione e disoccupazione messo in luce nella sua formulazione originaria (e poi ripreso da Samuelson e Solow) per effetto del quale è possibile far "funzionare" un'economia a condizione che si accetti una crescita generalizzata dei prezzi e dunque dell'inflazione.

Le critiche, formulate negli anni Settanta dagli economisti neoclassici sull'asserita inefficacia del modello, allorchè molti paesi sperimentarono simultaneamente elevata disoccupazione ed inflazione, furono in realtà frutto di erronea interpretazione fenomenica: gli andamenti inflattivi sono infatti condizionati non già da un eccesso di moneta (come ipotizzato da Friedman & C.),  ma da diversi elementi che concorrono a formare i prezzi (dinamiche delle materie prime, all'epoca il petrolio), di cui la retribuzione della forza lavoro è una variabile certamente rilevante, ma non certo unica, nè determinate in contesti macro-economici di forti variazioni degli altri costi).

Questi concetti sono noti al nostro Scacciavillani: la ragione è perchè mentire ? Ricerca di analisi stravaganti. Io glielo domando qua. Ai posteri l'ardua sentenza ;)

domenica 8 giugno 2014

Clientelismo e Corruzione per Abbattere lo Stato Nemico dei Cittadini

Tangentopoli, inteso come come generico fenomeno corruttivo, risale alla notte dei tempi, è tuttora in corso e sempre ci sarà. Voi direte: d'accordo, lo sappiamo, c'è bisogno di farne un post ?

La risposta è sì, occorre farne un post per analizzare il significato che oggi queste patologie sociali assumono nel clima recessivo di scarsità delle risorse (tema che preannuncio fin d'ora sarà oggetto di separata trattazione): questi disvalori assumono, infatti, un profilo particolarmente odioso e insopportabile (sono risorse sottratte al buon funzionamento del sistema !), ma sono funzionali all'ideologia per cui lo Stato è il Nemico dei cittadini, è il prevaricatore dei diritti individuali e va ridotto ai minimi termini.

Tassazioni sempre più asfissianti e burocrazia sempre più cavillosa e onnipresente acuiscono il sentimento di autentico odio di cittadini e  imprese contro le istituzioni nazionali e sono pronti, per questo, a consegnare le "chiavi" della loro sovranità all'Europa che, in cambio, chiede loro maggiori sacrifici, in nome di quella dissipazione perpetrata all'interno dei loro spazi sovrani da quelle classi politiche c.d. digerenti.

Si assiste dunque ad un pericoloso "corto circuito della democrazia":   la popolazione (alludo a quella italiana), tradita dai suoi rappresentanti, è prona all'UE, a mettere " la testa sopra il ceppo ", a legittimare quelle politiche di austerità che si abbattono come una vera scure che condannano alla morte un'interna nazione. 

Ecco allora che le riforme devono essere assunte sotto il ricatto dello spread dei mercati, sotto la logica della perenne emergenza che sottrae al dibattito democratico la scelta migliore che deve essere assunta nell'interesse del Paese, perchè la crisi economica assurge a metodo di governo e di disciplinamento della popolazione che dev'essere costretta ad accettare meno diritti.

Si profila dunque una lucida strategia in cui s'interviene sull'opinione pubblica che dev'essere incattivita, condotta al ripudio delle proprie istituzioni nazionali (lerce e corrotte), si disattivano gli strumenti normativo-costituzionali che si sono affermati nel continente europeo e s'incardina un nuovo assetto strutturale privo di controllo e di legittimazione democratica.

Questo progetto è chiaramente già in itinere: gli stati dell'Eurozona sono stati espropriati della loro sovranità monetaria, i Parlamenti nazionali già da ora non possono discutere della legge finanziaria elaborata dal Governo se non ha prima superato il vaglio ed ottenuto l'approvazione della Commissione Europea. Questi sono solo alcuni esempi, ma esplicativi del progressivo smantellamento interno delle sovranità nazionali.

Siamo certi di aver chiaro che la degenerazione dell'apparato statuale non sia riconducibile all'assetto normativo costituzionale, ritenuto (erroneamente) sorpassato, inadeguato ? 

Le riforme che in questi anni si sono susseguite, in nome della semplificazione dei procedimenti e dei controlli statali sugli atti delle Regioni ed Enti Locali, sono in realtà degenerate in una vera sottrazione di controlli preventivi statali e sono culminate con la riforma del titolo V della Costituzione. (Regioni, Province e Comuni).

Non c'è dunque da meravigliarsi se gli scandali di questi anni abbiano riguardato principalmente Consigli regionali (caso Fiorito) o, per restare sulla cronaca, il Comune di Venezia (scandalo Mose) o l'Expo di Milano.

Dati alla mano dimostrano che la situazione di scandali e corruzioni è gravemente peggiorata da quando, attraverso la riforma della Costituzione, sono stati rimossi quei controlli preventivi statali, aderendo a quei principi chiesti e voluti dall'Europa: mi riferisco al principio di sussidiarietà, tale per cui in caso di sovrapposizione di funzioni fra Stato e Regione, l'ente gerarchicamente sottordinato assolve quel determinato compito in luogo dell'ente sovraordinato.

Su questi dati non c'è molto da obiettare: la Banca Mondiale, attraverso il suo Rating of Control of Corruption, conferma il peggioramento dell'indice di corruzione nell'Unione Europea, in cui non si salvano nè le istituzioni europee, nè la Germania (si vedano le tangenti della Thyssen-Krupp in Grecia, lo scandalo corruzione della Siemens o quelli a luci rosse di Hartz).

E' questa la realtà a cui dovremmo agganciarci ? Dobbiamo ridere o piangere ? 

Diventa dunque indispensabile ridefinire compiti e funzioni dello Stato contemporaneo, che ha il dovere non soltanto di rinsaldare quei rapporti di solidarietà ed unione che legano i suoi componenti, ma anche di riposizionarsi nei rapporti con i suoi cittadini, attivandosi per rimuovere tutti quegli ostacoli economico-sociali che si frappongono all'effettiva uguaglianza sostanziale.

Se lo Stato non recupera il valore della sua ragion d'essere, di struttura che ha il dovere di realizzare razionalmente i fini prescritti dalla Costituzione, mediante la crescita della ricchezza collettiva attraverso politiche di espansione di spesa pubblica per il raggiungimento del pieno impiego, non avremo più alcun futuro.