sabato 5 luglio 2014

La Mancanza di una Cabina di Regia Europea e la Grande Utopia

Il post su FB di Alberto Forchielli offre spunti molto interessanti sulla questione rifugiati che esamina con grande lucidità nei punti che qui sintetizzo:

1. L'Italia (fonte UNHCR Asylum trends in industrialized countries 2013) è il Paese, fra quelli coi quali  piace confrontarci, che fa meno a favore dei rifugiati: è il 7° paese per numero di ospitalità fra quelli industrializzati, dopo essere stato 11° nel 2012, il 4° nel 2011 e 14° nel 2010. Nel periodo 2009/2013 considerando il PIL pro-capitale, l'Italia ha ospitato complessivamente 3,6 rifiugiati per ogni dollaro di PIL pro-capite contro i 7,5 della Germania, i 7,3 della Francia, i 7 della Turchia, i 6,4 degli USA, i 6,4 degli USa, i 4,5 della Svezia e i 3,7 dell'UK.

2. L'Italia è il paese che per conformazione geografica è maggiormente esposto agli "spettacolari" sbarchi di rifugiati ed ha deciso, con l'operazione Mare Nostrum, di presidiare le proprie coste impedendo ove possibile gli esiti più tragici.

3. Il presidio dei propri confini è la più gelosa delle prerogative restate agli stati nazionali che non hanno neppure mai chiesto l'aiuto per il presidio dei propri confini.

4. Allora - domanda Forchielli - "perchè ripetiamo il mantra che l'Europa ci ha abbandonato ? Non siamo forse noi, sulla base dei dati dell'UNHCR, che abbiamo abbandonato l'Europa o, facciamo assai meno di quanto fanno i nostri pari Europei ?"

Non siamo noi ad aver abbandonato, nè ad essere stati abbandonati dall'Europa. La verità è che l'Unione Europea non ha MAI avuto una "cabina di regia" in grado di articolare una politica sulle immigrazioni, così come sul lavoro o  sulle redistribuzioni fiscali fra paesi "ricchi" e quelli "poveri".

Stanno dunque venendo al pettine anche sul versante della questione rifugiati tutte quelle carenze strutturali che a livello economico abbiamo già sperimentato.

L'Unione Europea non si è mai voluta dotare di un Parlamento con poteri legislativi analoghi a quelli degli Stati nazionali e la Commissione Europea non incarna quel ruolo di Governo federale.

Vengono così chiaramente alla luce le storture abominevoli di una Europa sghemba, frutto di una forzatura prematura e innaturale fra paesi europei la cui diversità storica, geomorfologica, culturale e linguistica è sempre stata d'ostacolo insuperabile alla realizzazione della piena cooperazione, solidarietà ed unione europea.

La matrice multiculturale radicata nell'Europa ha dato luogo in questi secoli a diverse realtà nazionali che non hanno mai trovato quello spirito di sintesi ed unione che invece rinveniamo in altre esperienze continentali come gli USA, ad esempio, nati da un gruppo di colonie britanniche ma che hanno attraversato oltre un secolo di storia ed una feroce guerra civile prima di diventare oggi quello che sono.

Mettiamoci dunque l'anima in pace: non ci sarà una politica comunitaria sui rifugiati, cosè come non ci saranno politiche comunitarie sul lavoro o politiche redistributive perchè difetta all'Europa quella condivisione di caratteristiche etno-culturali propri di una comunità-popolo, ove gli individui possono autoidentificarsi: troppe ancora le barriere (anche linguistiche) per poter dar vita ad un'unica e vera comunità.



mercoledì 2 luglio 2014

La Natura Privatistica e Forzosa della Moneta Euro un curioso paradosso

Trovo su FB questo video in cui il prof. Aldo Giannuli, commentando le caratteristiche facciali di una banconota Euro (nel caso il taglio è di 10 Euro), si ravvisa

  1. la carenza della dicitura "pagabili a vista al portatore",  poichè la BCE non ha una riserva aurea (con cui si lega il valore della moneta ad un rapporto di cambio fisso con il prezioso metallo d'oro);
  2. l'assenza dell'espressione della punibilità degli spacciatori e fabbricanti di moneta falsa e, soprattutto,
  3. l'anomalia del simbolo C di Copyright - per sua natura di diritto privato - apposto accanto alla bandiera dell'Europa riprodotta sulla banconota che, per sua natura, è un istituto di diritto pubblico a corso forzoso che, come tale, deve essere accettata. 


Le considerazioni di cui sopra s'integrano poi sulla qualificazione (privatistica) della natura giuridica della BCE e del conseguente valore privatistico della moneta emessa dal sistema SEBC.

E' bene tuttavia sgombrare il campo da un equivoco che il prof. Giannuli formula nel corso della registrazione video: alla domanda del professore "Qui noi siamo in presenza di una moneta che ha corso forzoso o no ?" la risposta è ASSOLUTAMENTE SI: la natura privatistica della moneta non interferisce sulla natura forzosa e legale dell'Euro !

Quei 10 Euro che esibisce come tutte le banconote che "possono essere emesse dalla BCE o dalle banche centrali nazionali sono le uniche banconote aventi corso legale nell'Unione" (art. 128 Trattato UE).

La qualificazione giuridica del "valore legale della moneta" (Euro) è sancita dalla raccomandazione della Commissione UE (qui) in cui si prescrive non soltanto il potere solutorio della moneta/Euro nell'estinzione delle obbligazioni giuridiche aventi contenuto patrimoniale, ma anche l'obbligo della sua accettazione al pieno valore nominale (benchè essa abbia natura giuridica privata).

L'omessa dicitura della punibilità dei fabbricanti e/o spacciatori di moneta falsa è poi del tutto insignificante perchè la contraffazione e lo spaccio di moneta falsa sono e restano fatti penalmente perseguibili (artt. 453 e 454 cod.pen.).

Una curiosità che mi permetto invece di mettere in luce per effetto del "curioso paradosso" della moneta/Euro che ha natura giuridica privatistica ma valore legale forzoso è che "gli Stati membri non devono proibire nè punire la distruzione integrale di piccole quantità di banconote o di monete in euro compiuta da privati" che la raccomandazione di cui sopra permette e che in uno Stato a moneta sovrana MAI sarebbe stata consentita.

Ma come vedremo questi sono dettagli che sfuggono ai più.



martedì 1 luglio 2014

L'Europa Nemica dell' Orgoglio Italiano

Un manifesto del 1935 invitava la popolazione ad acquistare PRODOTTI ITALIANI a seguito delle sanzioni adottate dal resto d'Europa nei confronti dell'Italia.
Nei primi anni '30, mentre l'onda della grande depressione americana del 1929 si faceva sentire in tutta Europa, fra crolli di titoli azionari e fallimenti di aziende, l'Italia conobbe la nascita dell' Orgoglio italiano".

Si costituì l'IMI, l'IRI, l'INA e nacque il cossiddetto Capitalismo di Stato che fu per anni il fiore all'occhiello della nostra ricostruzione.

L'Italia del periodo prebellico era ancora ad un livello di economia preindustriale se non addirittura agricola ed è proprio in questo momento di grande crisi che Mussolini ebbe l'idea di grande valore propagandistico: modernizzare il paese realizzando un'automobile per tutti: "un'automobile economica per due persone ed un bambino, che raggiunga gli 80 km. l'ora e che non costi più di 5.000 lire".

A quel tempo il modello più economico era la Fiat 508 balilla che costava 10.800 lire. Nel 1936 la FIAT lanciò la Topolino. Nel 1937 presero il via i lavori per la costruzione dello stabilimento di Mirafiori, organizzato in base alle più avanzate esperienze industriali. Inaugurato nel 1939 ospitò 22.000 operai su due turni e su questo indovinato modello d'auto fu in seguito riproddotto in tutte le versioni da furgone e auto sportiva.

Hitler trovò così geniale l'iniziativa che non volendo essere da meno convocò Ferdiand Porsche e gli ordinò di realizzare un auto economica per il popolo che non costasse più di 1.000 marchi; nacque la Volkswagen (macchina del popolo) Maggiolino.

La Fiat provocò con la Topolino l'interesse delle grandi Case Automobilistiche europee e strinse accordi con la NSU tedesca per la fornitura di chassis e la francese SIMCA-FIAT Cinq oltre a costituire in paesi esteri la Polski Fiat e la Fiat England Ltd.  Questo modello ha venduto milioni di esemplari fino agli anni '50.

Questo per dire che anche in momenti bui di crisi volute dal sistema, negli anni '30 come oggi, si può sempre invertire la marcia e risalire velocemente la china. Basta la conoscenza e riscoprire l'Orgoglio di essere italiani perchè a noi italiani non è mai mancata la volontà di FARE.

Ora le auto che circolano per le strade non sono più italiane, neppure la FIAT è più italiana.

L'Europa di prima ed anche l'Europa di oggi chissà come mai è sempre la nostra nemica ...

(Luca Gazzarri)

sabato 28 giugno 2014

Juncker Meister il Calice Amaro dell'Eurozona

Così doveva essere e così è stato. Alla fine i capi di stato e di governo hanno designato come candidato alla Presidenza della Commissione UE Jean Claude Juncker che per lungo tempo è stato premier del Lussemburgo e soprattutto presidente dell'Eurogruppo, in cui convergono i ministri economici dell'Eurozona.

La designazione Juncker, che a metà del mese prossimo sarà ufficialmente ratificata dal Parlamento Europeo, ha trovato ampia convergenza con la sola eccezione della Gran Bretagna (Cameron) e Ungheria (Orban).

E' un'opzione che mi preoccupa perchè Juncker, Juncker Meister, sarà il vero calice amaro dell'Eurozona che nel prossimo quinquennio si sfracellerà come il Titanic contro l'iceberg dell'austerità.

Juncker Meister è celebre per la frase "Prendiamo una decisione, poi la mettiamo sul tavolo e aspettiamo un pò per vedere che succede. Se non provoca proteste nè rivolte, perchè la maggior parte della gente non capisce niente di cosa è stato deciso, andiamo avanti passo dopo passo fino al punto di non ritorno".

Questa è la filosofia del futuro Presidente della Commissione U. E' quel punto di non ritorno che viene immancabilmente spostato sempre più in avanti per conseguire la totale demolizione delle sovranità nazionali e l'accentramento verticistico e referenziale delle politiche economiche e monetarie.

Tutto questo è avvenuto con la complicità del nostro Presidente del Consiglio l'unico a non fare gli interessi della Nazione che dovrebbe rappresentare. Meditate euristi, meditate, bevendo il calice amaro Juncker Meister ... sempre che non se lo scoli prima lui .... per quel suo vizio all'alcol pubblicamente denunciato da un importante organo di stampa tedesco (Der Spiegel qui)

venerdì 27 giugno 2014

La Questione Tedesca e i Giochi di Prestigio

Parlando di Eurozona, emerge anche la Questione Tedesca, nel momento in cui la Germania pretende dagli altri il rispetto di quelle regole che lei per prima non ha rispettato. Si tratta di un metodo pericoloso che alla lunga può innescare conseguenze imprevedebili.

Procediamo con ordine, partendo anzitutto dall' assurdità della regola del 3% (il c.d. Patto di Stabilità) nel rapporto tra il saldo del bilancio pubblico e PIL nei paesi dell'EZ su cui, in questi giorni, Angela Merkel sta aprendo alla possibilita di interpretazioni meno rigide.

Negli anni a cavallo fra il 2002 e il 2003, la Germania - per far fronte alla crescente disoccupazione che aveva raggiunto quasi il 10% - ha avviato un'importante piano di riforma del mercato del lavoro (meglio nota con l'etichetta delle " Riforme Hartz" ) attraverso un aumento di spesa pubblica pari a circa 120 miliardi di Euro, di cui più di 90 furono impegnati in politiche di sostegno all'economia, attraverso sussidi alle imprese.

Una riforma che, è bene ricordare grazie all'intervista di Dierk Hiershel capo del sindacato dei Ver.di. pubblicata qui, si è realizzata attraverso un "magico gioco di prestigio": dal 2000 ad oggi sono stati smantellati 1,5 milioni di posti di lavoro a tempo indeterminato e "ricreati" 3 milioni di lavori part-time. Uno spezzatino per effetto del quale oggi in Germania

  1.  non si lavora più di quanto si facesse 13 anni fa (per il report rinvio qui),
  2. si può lavorare anche per meno di 15 ore settimanali,
  3. senza contributi previdenziali, nè assistenza sanitaria e
  4. con una retribuzione non superiore a 400 Euro.
L'accelerazione verso queste forme di lavoro atipico, che ha dato vita a quasi 5 milioni di mini-job (qui trovate il riferimento) , è trascesa - in alcuni casi estremi - in una vera e propria legalizzazione del lavoro nero, poichè il datore di lavoro licenziava il suo lavoratore a tempo indeterminato e, contemporaneamente lo riassumeva con 2, anche 3 mini-job senza versamento dei contributi previdenziali (poi ci si chiede perchè i costi del lavoro sono diversi ?!): è il caso della catena di drogherie Schleckler accusata di dumping salariale in Germania dal sindacato dei Ver.di e successivamente fallita (anche per la rinuncia a dette pratiche), mettendo a repentaglio 24.000 posti di lavoro.

Questa riforma, che oggi viene oggi invocata finanche dalla BCE, ha 
  1. favorito la crescita dell'export tedesco (che ha registrato + 10% nel triennio immediatamente successivo all'ingresso della riforma Hartz IV),
  2. inevitabilmente ridotto i salari reali tedeschi del 6% e
  3. migliorato la competitività tedesca che, storicamente, gode di di una potente ed articolato apparato industriale, capace di generare surplus strutturali anche con un'eventuale crescita della domanda interna che si baserebbe sia pure parzialmente sulla crescita degli investimenti.
Che cosa è accaduto allora in Germania e dintorni ? Semplice: hanno migliorato la competitività (che significa aumentato le vendite su estero e la produttività), attraverso una riduzione dei salari e dei CLUP (costi del lavoro per ogni unità di prodotto, cui hanno espunto contributi pensionistici, TFR, giusto per intenderci). 

In termini più sintetici, ha realizzato una svalutazione interna, reale, competitiva. Ma non finisce qua perchè nel paese che viene dipinto come modello da imitare, secondo il numero 1 dell'Euro Tower, accanto ai mini-job, si affianca un'altra categoria di lavoratori irregolari cui attinge la GroBe Deutschland: sono quelli della Germania Est, ove il reddito medio di una famiglia è ancora oggi di oltre il 50% inferiore a quello di una famiglia dell'Ovest  (i dati sono qui).

Di qui i tasselli di un mosaico che possiamo comporre assieme: da una parte gli afflussi di capitale "generosamente" affluiti dal Nord Europa verso la periferia che ne ha drogato la crescita e i consumi interni (me ne sono occupato qui); dall'altro, il grande serabatoio di manodopera tedesca reperibile a buon mercato. Ecco il cocktail micidiale che ha causato gli squilibri e la crisi nell'Eurozona.

Queste considerazioni trovano l'avallo dell'ILO, l'International Labour Office delle Nazioni Unite (nel Box 4, pag. 45 qui) che individua nella crescente competitività tedesca (originata dalla caduta dei costi unitari del lavoro in Germania) la causa strutturale  della crisi dell'EZ, avendo messo sotto pressione le economie degli altri  paesi che non hanno potuto supplire alla crisi del mercato interno con un aumento di esportazioni poichè non hanno beneficiato di una più forte domanda aggregata in Germania.

A tale riguardo è significativa l'intervista, pubblicata dal CorSera, a Roland Berger, consulente del governo Merkel, il quale ha dichiarato che le riduzioni salariali ai lavoratori tedeschi hanno comportato la riduzione del 18% dei prezzi dei prodotti; ed è ovvio che riducendosi il livello generale dei prezzi si sia ridotta l'inflazione che, collocandosi al di sotto di quella degli altri partners europei, ha permesso di generare quei saldi commerciali netti, quindi profitti e quindi  quei crediti che sono stati prestati ai paesi dell'Europa del Sud.

Questi sono i dati nudi e crudi, documentati con le analisi ufficiali e sfido ora chiunque a dimostrare il contrario.

mercoledì 25 giugno 2014

Reddito di Cittadinanza e Reddito Minimo Garantito

Se ne parla molto nell'ambito dell'Eurozona nel tentativo di allineare il nostro paese agli standard di altri stati europei ed extraeuropei. Parlo di reddito di cittadinanza sempre più frequentemente confuso con il reddito minimo garantito: le due espressioni vengono ormai disinvoltamente impiegate, lasciando sottintendere un significato pressochè equivalente, quando, in verità, la distinzione cela rilevanti risvolti pratici non soltanto sul piano economico, ma anche sull'assetto sociale che s'aspira raggiungere.

Il reddito minimo garantito è  un vero e proprio ammortizzatore sociale erogato (in forma monetaria o attraverso beni o servizi primari) a persone che, in età lavorativa, si trovano nell'indisponibilità di un lavoro capace di assicurargli un reddito dignitoso, poichè inferiore alla cosiddetta soglia minima di povertà.

La sua commisurazione tiene conto di una serie di parametri subordinati all'accertamento dello stato di bisogno individuale e/o familiare dell'avente diritto e della sua fattiva ricerca di un lavoro.

Si tratta di un sistema di welfare complementare che muove dalla precarietà dilagante, assurta a normale forma della nuova organizzazione del lavoro imposta dal sistema capitalistico moderno, destinata ai percettori di redditi di povertà (salari minimi, precari in condizioni di non lavoro) per "puntellarne" le condizioni di vita assolutamente insufficienti ad assicurare loro un tenore di vita dignitoso.

Il reddito di cittadinanza è invece un reddito monetario incondizionato erogato per effetto della mera appartenenza ad una collettività. E' legato ad uno status (membership), in forza del quale l'individuo diventa sic et sempliciter destinatario di una somma di danaro, corrisposta periodicamente, cumulabile con altre entrate, e che prescinde

  1. da ogni controllo sull'effettivo bisogno e quindi da ogni accertamento sulle sue condizioni economiche e/o familiari,
  2. da ogni esigenza di contropartite. 
Va da sè, sotto questo profilo, che il rifiuto ad un'offerta di lavoro non faccia decadere dal predetto beneficio. 

Ferma restando la possibilità di apportare correttivi a questo secondo profilo, è evidente che mentre il reddito di cittadinanza è un'erogazione monetaria valida per tutti i cittadini, indipendentemente da ogni accertamento sul reddito, patrimonio e occupazione, il reddito minimo garantito rappresenta un sussidio, uno strumento di contrasto alla povertà per chi ha un lavoro, che è incapace di procurargli un reddito adeguato.

Walt Disney, con uno dei suoi intramontabili fumetti, ebbe modo di occuparsi del reddito di cittadinanza, smascherandone attraverso la geniale ironia, il maldestro tentativo di sottrarsi dalle "pene lavorative". 

Del tema se ne occupò anche F. Von Hayeck col dichiarato (e diverso) intento di ".. fornire agli indigenti e agli affamati una qualche forma di aiuto" che, si badi bene, fosse strumentale al ceto possidente, utile cioè a "disinnescare" quegli atti di disperazione pregiudizievoli agli interessi economici delle classi superiori.

La domanda che a questo punto sorge spontanea è: il reddito di cittadinanza è compatibile con gli impegni dello Stato italiano ?

Qualunque sia il punto di osservazione la risposta non può che essere negativa:  il reddito di cittadinanza implica la resa, da parte di qualsiasi istituzione, ad impiegare tutti gli strumenti di politica economica di sostegno - diretto ed indiretto - al pieno impiego, nonchè un espediente utile a evitare il collasso della domanda interna, disciplinando la società a livelli di reddito più bassi.

Dal punto di vista giuridico e costituzionale, il reddito di cittadinanza non trova neppure riscontro nella Carta fondamentale: la Repubblica italiana è fondata sul lavoro (art. 4) ed è compito dello Stato rimuovere ogni ostacolo economico-sociale che si frappone al pieno sviluppo della persona umana, garantendo l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese  (art. 3 comma 2).

Basterebbe già questo ad accantonare l'assurdità di una proposta economicamente insostenibile, acceleratrice di deflazioni salariali.

Il reddito minimo garantito dev'essere tenuto distinto dall'ASPI (Assicurazione Sociale per l'Impiego, sancita dalla riforma del lavoro, come indennità riconosciuta ai lavoratori subordinati che hanno perduto involontariamente l'occupazione - dopo l'inizio del 2013 riconosciuta a coloro che abbiano maturato 2 anni di lavoro e versato almeno 1 anno di contributi - e corrispondente alla vecchia indennità di disoccupazione, spettante ai lavoratori dipendenti espulsi o indebitamente usciti dal processo di lavoro), poichè il reddito minimo garantito viene erogato in presenza di un lavoro e, quindi, a conclusione dell'ASPI e trova maggiori similitudini con l'istituto della Cassa Integrazione Guadagni, ove l'integrazione salariale, da parte dell'INPS o del Ministero del Lavoro, è dovuta alla temporanea sospensione delle attività produttive, causate da crisi economiche, ristrutturazioni o riconversioni aziendali, per effetto delle quali il lavoratore è
  1. sospeso dalle mansioni lavorative, ovvero
  2. impegnato ad orario ridotto.
Va da sè, quindi, che il tema richieda un'attenta e meditata riflessione: dire, come spesso capita di sentire e/o leggere, che l'Italia ignori l'abc dello stato sociale, sia culturalmente arretrata rispetto ad altre Nazioni solo perchè non è dotata di strumenti come il reddito di cittadinanza o di reddito minimo garantito è una grossolana approssimazione.

In altre Nazioni ci sono delle forme aggiuntive come il sussidio di avviamento all'indipendenza, di circa 1000 Euro mensili, concessi a diciottenni che desiderano emanciparsi dalla famiglia d'origine, ma naturalmente non se ne parla.

Se vogliamo dare risposte concrete per arginare il crescente fenomeno delle famiglie che restano senza un reddito, o degli operai che si danno fuoco, non sarà certo scopiazzando formule assistenzialistiche collaudate in altri Paesi, ma restituendo al lavoro quel valore di dignità che oggi è negato per insipiente volontà politica

giovedì 19 giugno 2014

Le Nostre Tasse

Siamo a cavallo di vari adempimenti fiscali: tributi, tasse, imposte, accise sono esercizio del potere d'imperio attraverso il quale, oggi, lo Stato e le sue articolazioni periferiche finanziano l'erogazione dei servizi pubblici.

Sono, più esattamente, prelievi forzosi sugli stock di ricchezze e sui flussi di redditi dei cittadini e rappresentano, accanto all'emissione dei titoli di stato, le risorse in entrata per il bilancio dello Stato.

Lo Stato è dunque parificabile, oggi, ad un padre di famiglia che, per le esigenze di funzionamento del  suo "consorzio", preleva coattivamente dai suoi componenti quelle prestazioni a contenuto patrimoniale necessarie al suo funzionamento.

E' così dalla notte dei tempi, dall'epoca del diritto romano, e ancor di più - oggi - nei 16 paesi dell'Eurozona, in cui le nostre tasse servono a dar danaro allo Stato per finanziare il suo fabbisogno monetario, perchè oggi quei Paesi non possono più spendere, essendosi espropriati della loro moneta.

Già l'idea che lo Stato "spenda" in sè è equivoca: sottende ad una surretizia sottrazione di risorse, impiegate in un settore, con potenziale sacrificio per un altro.

Lo Stato, se è proprietario della moneta, non spende e non crea alcun debito con nessuno dei suoi cittadini. D'altro canto è intuitivo che le tasse con moneta sovrana non possano pagare alcunchè, visto che rappresentano quelle stesse risorse finanziarie precedentemente immesse nella collettività e che, poi, lo Stato si riprende indietro in percentuale inferiore.

Oltretutto, un governo a moneta sovrana, proprietario della moneta, perchè mai dovrebbe complicarsi la vita riprendendosela indietro, per poi rispenderla nuovamente ? .. Fa prima a crearne dell'altra, dato che la moneta, dal 1971, non ha più alcun rapporto con metalli preziosi, circola con "valore fiduciario" ed ha potere solutorio (liberatorio) dei pagamenti, con effetto estintivo di tutti i rapporti economici e patrimoniali.

Le tasse, dunque, a che servono in uno Stato sovrano, proprietario della moneta ? Giuridicamente, è la nostra Costituzione a chiarirne le finalità. Sono un mezzo attraverso il quale  i cittadini concorrono alla spesa pubblica, in ragione della propria capacità contributiva (attitudine economica a produrre reddito e ricchezza) che viene calcolata sulla base di indici diretti (reddito, patrimonio ed incrementi patrimoniali) ed indiretti (consumi,spese e affari) rivelatori di ricchezza.

Questo dovere di partecipazione solidaristica alla spesa è improntato dal costituente su criteri di progressività.

Questo significa che la Costituzione instrada il legislatore ordinario sul piano metodologico di prelievo: la progressività, appunto, che s'ottiene semplicemente attraverso l'applicazione di aliquote marginali superiori a quelle medie, o - se preferite - attraverso un approccio di non regressività del sistema. Ne consegue che il legislatore ordinario resta libero di modellare il sistema di progressivo del sistema tributario nella più totale discrezionalità: sarà una sua scelta puramente politica adottare un criterio di progressività estrema, moderata o attenuata, così come la graduazione delle aliquote o l’introduzione di deduzioni e detrazioni.

Allo stesso modo, i criteri di progressività enunciati dalla Costituzione non impongono neppure l'adozione di aliquote graduate, perché la progressione del prelievo può essere ottenuta anche adottando imposte ad aliquota proporzionale con esenzione alla base e/o un sistema di deduzioni o detrazioni decrescenti al crescere del reddito.

Nei limiti del vincolo costituzionale della progressività, il legislatore potrà "plasmare" il sistema nei metodi e nelle modalità a lui più congeniali.

Dal punto di vista economico, poi, il prelievo tributario è una sottrazione coatta di denaro che viene distrutto.

La tassazione potrà dunque assolvere varie esigenze

  1. tenere a freno il potere economico dei ceti possidenti,
  2. controllare l'inflazione,
  3. orientare i comportamenti di consumo, scoraggiandone taluni e favorendone degli altri.
  4. imporre ai cittadini l'uso della moneta nella regolamentazione giuridica di tutti i suoi rapporti aventi contenuti economico e patrimoniale. Se non esistesse l'obbligo a carico di tutti i cittadini di pagare le tasse con la moneta sovrana di uno Stato, lo Stato perderebbe il suo ruolo di autorità sul consorzio sociale.
Chiedete a chiunque "A cosa servono le tasse ?". Nella migliore delle ipotesi, la risposta sarà "Ad assicurare il fabbisogno monetario necessario al funzionamento dello Stato" che deve far fronte alle spese per la sanità, all'istruzione, alle infrastrutture, alle pensioni, ecc. Questo è ciò che accade attualmente fra i 16 paesi dell'Eurozona.
Nella peggiore delle ipotesi, otterrete la risposta contenuta nella slide.

La verità è un'altra: è impossibile che le vostre tasse finanzino alcunchè: sono soldi che il governo ha precedentemente immesso nella collettività e che POI si riprende indietro in misura inferiore. Se non lo fa è perchè DEVE perseguire quel principio di pareggio di bilancio, per effetto del quale "spende in funzione di quante sono le sue entrate" . Ma così facendo impoverisce il suo consorzio. Se non lo fa, resta sotto il ricatto dei mercati finanziari cui dovrà firmare dei veri e propri "pagherò cambiari" (i suoi titoli di Stato), indebitandosi. E i debiti vanno ripagati, sempre, con l'aggravio degli interessi.