sabato 3 gennaio 2015

Gli Investimenti Diretti Esteri secondo Il manuale Galli

Nei giorni scorsi, sulla timeline Twitter di Claudio Borghi, è emersa un'interessante conversazione sugli Investimenti Diretti Esteri (IDE): il link è questo .

Cosa sono esattamente gli investimenti diretti esteri in entrata ? Sono flussi di capitali provenienti da soggetti non residenti che puntano al controllo aziendale e/o alla gestione di attività produttive locali. Si distinguono dagli investimenti di portafoglio, che vengono invece fatti per esigenze di mera remunerazione della propria liquidità.

Non sono operazioni filantropiche, naturalmente: se l'imprenditore estero decide di investire i suoi capitali per rilevare un'azienda e/o assumerne il controllo lo fa perchè si ripromette di ricavarne profitti.

Tecnicamente, gli investimenti diretti esteri sono passività, debiti che saranno remunerati sotto forma di profitti, che usciranno dal Paese per entrare nelle tasche estere. Non si tratta di una mia fantasia: il capitolo sesto del manuale della bilancia dei pagamenti del FMI è esplicito in questo senso.

Un afflusso di capitali esteri è dunque un debito che, si badi, non rappresenta per forza un male.

Rappresentano, senz'altro, un volano di crescita nei Paesi economicamente arretrati: avere investimenti esteri significa beneficiare di tecnologie avanzate, con ricadute positive a livello occupazionale perchè si specializzano le maestranze locali che potranno, successivamente, mettersi in proprio.

Tuttavia, quando un Paese gode di competenze tecnologiche non trascurabili e di un significativo posizionamento sul mercato, con esposizioni debitorie già considerevoli, avere nuovi investimenti esteri significa 

1) cedere marchi e tecnologie già consolidate
2) appesantire - inutilmente - la posizione debitoria a tassi d'interesse piuttosto onerosi.

Qui accanto trovate un piccolo collage dello shopping operato dagli investitori esteri di aziende italiane.
Quindi, in una fase recessiva, gli IDE non sono certo una priorità e, anzi, vanno stipulati con accortezza.
Il rischio è quello di trovarsi con una montagna di debito estero, invogliato ad investire in Italia solo perchè si è praticato dumping sociale (smantellamento dei diritti sociali e contenimento dei salari).

Queste banali considerazioni trovano puntuale riscontro nel dibattito maturato attorno all'art. 18, che non  rientra nell'orizzonte o nei pensieri dei nostri imprenditori (consiglio questo articolo), ma che - ciò nondimeno - costituisce "priorità politica" dei nostri Governi, già a partire dal Governo Monti: ricordo che la Fornero ebbe occasione di manifestare la necessità di rilanciare gli investimenti esteri, la cui carenza fu motivata dalla pretesa rigidità in uscita (in parole povere: difficoltà a licenziare).

Una menzogna a guardare i dati OECD che documentano (nella fig.4 riprodotta qui accanto) la caduta delle protezioni dei lavoratori a tempo indeterminato in Italia, rispetto a Francia e Germania, iniziata a partire dalla seconda metà degli anni Novanta, e la scarsa protezione - comparata a livello europeo - degli occupati in Italia GIA' NEL 2008 (dati OCSE).


L'indice di protezione contro i licenziamenti dei lavoratori permanenti elaborato dall'OCSE è da tempo inferiore a quello dei nostri partner europei.

Ancora più evidente è la riduzione dell'indice EPL per i lavoratori a tempo determinato dove l'Italia detiene il record: ha abbattuto più di tutti le protezioni.

E' di tutta evidenza come, in conclusione, la gestione degli investimenti diretti in entrata ricada nell'alveo della politica industriale di cui l'Italia non solo è profondamente carente, ma sia dettata dall'Europa, per esigenze di "cassa" necessarie a rifinanziare il saldo delle partite correnti.

Inutile dire che su twitter sia estremamente complesso articolare questo ragionamento, ma almeno il piacere di ricordare al Sen. Galli la definzione IDE me la sono tolta. A voi lascio il piacere di "godervi" la conversazione fra Borghi e il deputato pd Galli, economista alla Banca d'Italia, dg di Confindustria (qui il suo curricula), in attesa (perchè no ?) di una nuova copia autografa del nuovo manuale sulla contabilità dello Stato ;).


martedì 23 dicembre 2014

La disinformazione contro gli Anti Euro e il Razzismo alla Rovescia

Certo, ci vuole davvero una gran bella faccia di bronzo a pubblicare articoli disinformativi come questo, a firma di Giacomo Cangi (l'articolo è qui) in cui si scrive "... Prima dell'avvento dell'euro, il tasso d'interesse reale sul debito pubblico dell'Italia era superiore rispetto a quello di oggi".

A quale periodo allude ? Diamo un'occhiata al grafico qui sotto e che documenta l'andamento storico del rendimento reale dei titoli di Stato, cioè  dell'interesse (al netto d'inflazione) con cui vengono remunerati i suddetti titoli. La linea verticale rappresenta la fatidica data del divorzio fra Banca d'Italia/Ministero del Tesoro.

Se il "temerario" Cangi avesse allargato l'orizzonte d'analisi, avrebbe scoperto da solo che prima dello sciagurato "divorzio, il tasso d'interesse reale (al netto dell'inflazione) sui titoli di stato italiano è stato in abbondante territorio negativo.

I dati sono riprodotti qui sotto.
Ebbene è di tutta evidenza l'escalation, subito dopo il c.d. "divorzio" dei tassi d'interessi reali: la spesa per interessi è aumentata di dieci punti in pochissimi anni. Se non bastassero questi dati, vengono in aiuto anche questo link e -per i più "duri" - le parole di Andreatta che in questo articolo scrisse: "Naturalmente la riduzione del signoraggio monetario e i tassi di interesse positivi in termini reali si tradussero rapidamento in un un nuovo grave problema per la politica economica, aumentando il fabbisogno del Tesoro e l'escalation del debito rispetto al prodotto nazionale".

L'opera di propaganda disinformativa degenera poi nel razzismo più bieco e sfrenato quando l'articolista aggiunge: "... Indipendentemente dalla moneta usata, l'Italia è il paese al 69° posto nell' Indice di Percezione della Corruzione 2014, a parità con la Grecia e la Bulgaria".

Anche in questo caso, se il nostro "eroe" avesse approfondito, avrebbe scoperto che

a) Italia e Germania, tra economia sommersa (330 mld. della prima contro i 350 mld. annui della seconda) e mazzette (280 dell'Italia e 250 mld. della Germania) viaggiano su valori pressochè corrispondenti (si legga il riferimento contenuto qui). Recentemente, il giornale tedesco Die Welt ha rincarato la dose, titolando come il livello di corruzione delle aziende tedesche sia quasi analogo a quelle nigeriane  (fonte qui).

Al tafazzismo si aggiungono ulteriori riflessioni: in primo luogo, la magistratura tedesca soggiace al potere politico e di conseguenza è chiaramente manipolabile sulle risultanze istruttorie.

In secondo luogo, che senso ha richiamare l' Indice di Percezione della Corruzione che, oltre a non avere alcuna aderenza con le analisi empiriche obiettive, soffre di scarsa attendibilità metodologica, basando i propri dati sulle interviste fatte agli imprenditori.

Cangi sembra dimenticare la ciliegina sulla torta: l'indice di percezione della corruzione è elaborato dalla Trasparency International, un'organizzazione internazionale no profit finanziata (per ironia della sorte ?) dal settore corporate tedesche, commissione europea e vari ministeri tedeschi (qui trovate la fonte), su cui pesano colossali "conflitti d'interesse" che l'articolista si guarda bene dal mettere in luce.

Scrivere poi che anche fuori dall'euro l'Italia sarebbe sempre il paese della mafia, della camorra e della 'ndrangheta equivale a slogan del tipo "i tedeschi sono tutti nazisti" o "rom ladri" e via dicendo, con l'aggravante del sottinteso "tutti gli italiani ladri, eccetto me".

E questo mi fa schifo (forse) più di loro.

venerdì 28 novembre 2014

La Trappola del Debito per l'Italia: la soluzione è Uscire dall'Euro

Roger Bootle è uno dei miei miti perchè ha una capacità, rara, di sintetizzare analisi economiche rendendole comprensibili anche ai non addetti ai lavori.

Già il 21 settembre scorso, Bootle, amministratore delegato di Capital Economics, aveva dichiarato sul Telegraph: "L'opzione radicale per l'Italia è lasciare l'Euro permettendo alla valuta di indebolirsi e generare un boom di esportazioni, un'inflazione più alta, maggiore gettito fiscale ed un onere del debito più sostenibile ... questa è l'unica strada percorribile".

Ripropongo il suo articolo che trovo di grande attualità.

Nessun paese meglio dell'Italia incarna il malessere economico europeo in corso. Spesso si dice che l'Italia  non possa finire in disgrazia perchè è un paese ricco di bellezze naturali, paesaggistiche, culturali, con città splendide, cibo e vini meravigliosi e uno stile di vita meraviglioso, Ciò nonostante è un paese che non funziona.

Alcuni problemi sono secolari, altri più recenti. Da un contesto di povertà precedente il periodo bellico, l'Italia, negli anni '50 e '60 conobbe una crescita disomogenea ed una crescita dei livelli industrializzazione e di PIL molto rapidi, tanto che nel 1979 l'Italia superò il Regno Unito.

Ai livelli di inflazione sostenuta si accompagnava una moneta debole che garantiva livelli di crescita dell'economia. Poi tutto è iniziato ad andare male. Il Regno Unito ha superato l'Italia nel 1995 e da allora il divario fra le due economie si è acuito.

Se allarghiamo l'orizzonte d'analisi osserviamo che tutti i paesi del G7, fatti salvi Italia e Giappone, hanno superato il livelli di crescita del PIL che godevano prima della Grande Recessione. Il Canada ha più 9 punti sopra del livello del 2008, mentre quello italiano è ancora di nove punti sotto. Vieppiù l'economia si sta contraendo.

Non si tratta di un fulmine a ciel sereno. Da quando l'euro è stato costituito nel 1999, il tasso di crescita medio annuo dell'economia italiana è stata di appena lo 0.3% - in altre parole, quasi nulla.

Intendiamoci, la causa non è interamente imputabile all'euro. C'è un disperato bisogno di riforme, il sistema politico sembra incapace di fornire ciò che è necessario e l'Italia è stata uno dei primi malati della crescita dei mercati emergenti.

Mentre la Germania produce beni ad alta specializzazione, grandi beni di consumo durevoli e macchinari, l'Italia si è specializzata  su una gamma più bassa di beni di consumo, a media specializzazione che la Cina e altri Paesi sono andati a produrre più a buon mercato.

L'Euro, di certo, non ha aiutato perchè, fin da subito, i costi italiani hanno continuato a crescere più rapidamente di quanto accadeva in Germania e nel centro Europa. Questa volta, pero, non c'è stata alcuna possibilità d'intervento sul tasso di cambio e così costi e prezzi italiani sono rimasti a "bocca asciutta".

Certo, il tasso d'inflazione è sceso drasticamente ed ora è leggermente su territorio negativo (a settembre 2014 l'inflazione era infatti a -0,19% nds), Questo dato non sorprende dato che il tasso di disoccupazione raggiunge la soglia del 12,6%.

A differenza di altri paesi periferici, l'Italia non ha fatto molto per ridurre il divario di competitività ed è prevedibile con l'elevata disoccupazione che le retribuzioni ed altri costi inizieranno a calare significativamente, come  accaduto in Spagna, Grecia e Irlanda. Ma se questo accadrà, per rendere i prodotti italiani più competitivi, peggiorerà anche il debito italiano.

Il vero problema finanziario risiede infatti nello stock di debito che, in rapporto al PIL, è aumentato attestandosi a circa il 130%.

Se l'economia ristagna e i prezzi scendono, inevitabilmente il PIL nominale cala peggiorando il rapporto debito/PIL, il che avverrebbe anche se il bilancio, in equilibrio, fosse in grado di arrestare la crescita del debito. 

L'Italia è oggi molto vicino alla situazione che molti economisti chiamano "trappola del debito" che si verifica quando il rapporto del debito aumenta in modo esponenziale.

In questo scenario, l'unica via di fuga è maggiore inflazione o default. Non avendo la gestione di una valuta autonoma, l'Italia è in corsa per un default sovrano.

Spesso si afferma che si tratti di una eventualità impossibile perché gli italiani hanno un alto tasso di risparmio personale e quindi ci sarebbero comunque i fondi per garantire il debito. Si sostiene inoltre che l'Italia, a differenza di Portogallo e Grecia, ha una posizione estera comunque sostenibile con le passività (verso gli stranieri) del 30% del PIL. Ciò significa che il debito italiano è principalmente domestico.

La circostanza che l'Italia non sia un grande debitore su esteo riduce sensibilmente i rischi di una crisi di debito internazionale, che periodicamente colpiscono i mercati emergenti.

Ma ciò non significa sventare una crisi fiscale. Il fatto che gli italiani abbiano un elevato risparmio non garantisce il volontario acquisto di titoli di Stato e l'insostenibilità delle finanze pubbliche implica che ad un certo punto il default sia inevitabile. 

Il debito greco ha dimostrato di poter essere ristrutturato  senza grandi scossoni del sistema finanziario. Questo perché la Grecia è piccola, ma l'Italia no. 

Il mercato italiano dei titoli di Stato è il terzo più grande al mondo dopo quello di Stati Uniti e Giappone. Principalmente sono le banche italiane a detenere grandi stock di debito italiano, sicchè una crisi del debito potrebbe trasformarsi in una crisi bancaria.

Guardando ai tassi d'interesse dei bund tedeschi, i mercati sono ben felici di investire a 10 anni al 2,4% contro l'1,3% del rendimento tedesco. La peculiarità dei mercati è quella di mutare il proprio umore in un batter d'occhio e di passare rapidamente dalla spensieratezza al panico.

Come uscire da tutto questo ? I problemi strutturali non si risolveranno certo in una notte. Il paese necessita di radicali riforme del sistema politico, del suo sistema giudiziario, fiscale e sul tema del lavoro. 

Anche se l'Italia risolvesse tutto questo, sarebbe ancora impantanata sulla questione del debito pubblico.

Come il resto della zona euro, ciò di cui l'Italia ha ora più bisogno è di crescita economica, che verosimilmente potrà realizzarsi attraverso un'azione congiunta audace della BCE/Germania ed un allentamento fiscale

Ma non si può neppure contare su questa eventualità.

L'opzione radicale per l'Italia è abbandonare l'euro e permettere, attraverso una valuta debole, di generare una ripresa delle esportazioni, maggiore inflazione, un recupero del getttito fiscale ed una maggiore sostenibilità dell'onere del debito.  Mi chiedo ancora quanti anni sprecherà l'Italia prima che fra i suoi dirigenti prenda consapevolezza che questa è l'unica strada percorribile.


mercoledì 26 novembre 2014

Napolitano e il "diritto" di Ripensamento

Sto rileggendo in questi minuti, nel corso di una conversazione FB, le dichiarazioni di voto di Giorgio Napolitano, il 13 dicembre 1978, in merito all'ingresso dell'Italia nello SME.

Sono parole straordinariamente condivisibili, in linea con le conclusioni della più autorevole letteratura scientifica economica e che offrono una lettura di sorprendentemente attuale rivelatrice di  una perfetta conoscenza dei meccanismi dell'attuale crisi.

Parlando della discussione maturata attorno al progetto di Unione Monetaria (all'epoca lo SME) dichiarava "... Nella fase finale, sono affiorate e prevalse forzature di varia natura, venute da una parte sola, cioè da color che hanno premuto per l'ingresso immediato dell'Italia nell'Unione Monetaria

Pressioni viziate da schemi o calcoli che prescindevano da una valutazione obiettiva dei termini del problema.

Ponemmo il problema delle condizioni in cui l'euro avrebbe potuto nascere come strumento valido e vitale al quale l'Italia avrebbe potuto aderire fin dall'inizio.

Quello delle garanzie da conseguire affinché l'euro possa avere successo, favorire un sostanziale riequilibrio all'interno dell'Unione europea... è un rilevante problema politico.

Le esigenze poste da parte italiana non riflettevano solo il nostro interesse nazionale: la preoccupazione espressa dai nostri negoziatori fu quella di dar vita ad un sistema realistico e duraturo in quanto (citando le parole del ministro del tesoro e del governatore della Banca d'Italia) “un suo insuccesso comporterebbe gravi ripercussioni sul funzionamento del sistema monetario internazionale e sulle possibilità di avanzamento della costruzione europea”.

Ma dal vertice è venuta solo la conferma di una resistenza dei Paesi più forti, della Germania, e in particolare della banca centrale tedesca ad assumere impegni effettivi e a sostenere oneri adeguati per un maggiore equilibrio tra gli andamenti delle economie di Paesi della Comunità.

E' così venuto alla luce un equivoco di fondo: se il nuovo sistema debba contribuire a garantire un più intenso sviluppo dei Paesi più deboli della Comunità o debba servire a garantire il Paese più forte ferma restando la politca non espansiva della Germania, spingendo l'Italia alla deflazione

Queste valutazioni sono a noi apparse tali da giustificare .. una scelta che … escludesse l'entrata in vigore dal primo gennaio nell'euro, tanto più in presenza di una analoga decisione della Gran Bretagna (c.d. opting out n.d.s.) con tutto ciò che questa decisione comportava e comporta.

.. noi siamo dinanzi a una … unione monetaria le cui caratteristiche rischiano per lo più di creare gravi problemi ai Paesi più deboli che entrino a farne parte....

Se è vero che le frequenti fluttuazioni dei cambi costituiscono una causa di instabilità, è vero anche che sono il riflesso di profondi squilibri all'interno dei singoli Paesi.

Onorevoli colleghi, in quest'aula si è parlato (vi si è riferito poco fa anche il collega Cicchitto) delle sollecitazioni e delle assicurazioni pervenuteci dai governi amici.

Queste sollecitazioni confermano l'esistenza di un reale e forte interesse degli altri Paesi membri della Comunità ad avere l'Italia al più presto presente nell'euro... .. bisogna sbarazzarsi di ogni residuo di europeismo retorico e di maniera ...

Se oggi, comunque, tra i fautori dell'ingresso immediato circolasse il calcolo di far leva su gravi difficoltà che possono derivare dalla disciplina del nuovo meccanismo di cambio europeo per porre la sinistra ... dinanzi a una sostanziale distorsione della sua linea ispiratrice, dinanzi alla proposta di una politica di deflazione e di rigore a senso unico, diciamo subito che si tratta di un calcolo irresponsabile velleitario”.

E' un'analisi lucida, razionale (Feldstein gli fa un baffo !) condivisibile, rappresentativa  della situazione attuale e che documenta una perfetta conoscenza di tutti i problemi che affrontiamo oggi:

la volontà egemonica della Germania, la conoscenza di significative asimmetrie economiche fra le economie reali, che avrebbero dato luogo alla deflazione per riaggiustare quegli squilibri commerciali che sono alla radice di questa grave crisi economica..

Sarei curioso di sapere quali motivi siano sopravvenuti, da allora ad oggi, per ingenerare in Napolitano questa inversione di rotta... ma forse sarà lavoro per gli storici.

Di qui la mia totale condivisione alle parole di Marco Mori (qui trovate il suo testo integrale) e segnatamente del seguente passo:

"Napolitano dunque è e resta il peggior presidente della storia repubblicana (sacrosanta espressione del legittimo diritto di critica dell'esponente). Mai si era infatti visto un PdR che chiedesse intenzionalmente di cedere la sovranità nazionale a terzi infischiandosene del fatto che, ex art. 1 Cost. detta sovranità appartenga in realtà al popolo.

Inoltre si rammenta che tra i doveri costituzionalmente tutelati di ogni cittadino rientra anche quello di difendere la patria: "La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino" (art. 52 Cost.)

domenica 23 novembre 2014

La Bufala dei Benefici sull' Abolizione dei Rapporti di Cambio

Il preteso "beneficio" dell'abolizione dei rapporti di cambio è una delle tante bufale che circolano per sostenere il sacro dogma dell'Euro.

Sia chiaro: non so voi che lavoro facciate nella vita, nè so quali siano le vostre abitudini di spesa.

Personalmente (e credo di essere fra i tanti italiani che vivono in Italia) sono fra quelli che quando fa la spesa non si reca a Dusseldorf, nè a  Baden-Württemberg per farsi i calli o a Parigi per un taglio di capelli !!

Dunque: che vantaggio avrei ad avere una moneta uguale a quella di altri Stati e che spendo per la maggior parte della mia vita nel paese in cui vivo, abito e lavoro senza che essa rispecchi il reale potere d'acquisto del sistema economico in cui abito ?

L'impatto macroeconomico del risparmio sui costi di transazione derivanti dall'abolizione dei costi di cambio è assolutamente ridicolo.

Lo documentano gli studi commissionati  dalla Commissione europea (per dovere d'informazione li allego qui http://ec.europa.eu/economy_finance/publications/publication7454_en.pdf) che quantificano il beneficio in appena lo 0,4% del PIL europeo e che Eichengreen (http://www.jstor.org/discover/10.2307/2728243?uid=3738296&uid=2&uid=4&sid=21104630423151) ha definito “inadeguato per un progetto così incerto e rischioso”.

Inutile osservare la manifesta conflittualità d'interesse fra lo studio Emerson (che ovviamente gli organi d'informazione si sono ben guardati dal diffondere !) e la Commissione europea che aveva ed ha opposti interessi a “propagandare” i pretesi benefici di una moneta unica fra stati economicamente diversi.

L'abolizione dei costi di cambio non è dunque nelle mani di cittadini globe-trotters, né dei turisti (che non devono affrontare macchinosi o complessi rapporti di conversione di decimali fra le diverse valute con calcolatrici alla mano), ma nei riguardi di chi muove ingenti capitali, che ha ben altri strumenti di protezione dal rischio che non quelli propagandati.



venerdì 21 novembre 2014

L'unica Salvezza per l'Italia è Uscire dall'Euro

Alle volte è bene chiederci come gli altri ci vedono da fuori. Propongo questo articolo del Guardian (il link è qui) che pone senza mezzi termini l'uscita dell'Italia dall'Eurozona come via di salvezza per evitare la catastrofe.

L'Italia si sta dirigendo verso l'uscita dall'euro.

Anche se può sembrare fantasiosa per uno dei membri fondatori di prendere in considerazione di lasciare l'euro, c'è un senso di crescente convinzione che, tra non più di un paio di anni da oggi, Roma sarà ancora una volta amministrata dalla propria moneta.


I dati della scorsa settimana hanno rivelato un paese in profonda crisi. 

Il PIL,  ridotto di quasi il 10 % rispetto a quello della crisi finanziaria, si è bloccato in una profonda depressione.

Tutti gli sforzi per rilanciare l'economia hanno fallito, tale è la natura sclerotica delle sue norme fiscali , i mercati di lavoro e diritto del lavoro che, insieme, hanno impedito il progresso verso un'economia più efficace libera da sussidi e benefici tradizionali .

Nel frattempo, Spagna e l'Irlanda hanno escogitato stratagemmi per far passare le riforme, rafforzarsi e e andare avanti. 

Anche l'economia della Grecia è in crescita, secondo i dati ufficiali più recenti (sebbene dietro quei dati si nascondano profondi squilibri esterni, mia nota).

C'è stato un periodo in cui percettori di reddito medio in Italia non avrebbero mai avrebbero manifestato l'idea di una uscita dell'euro.
 I loro risparmi sono stati tenuti in euro e tutte le loro altre attività , in particolare le loro proprietà , godevano di un valore sicuro (attraverso la valuta comune). Abbandonare l'euro avrebbe significato  un enorme perdita di ricchezza.

Ora la paura sembra essere evaporata. Il Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo ha mutato la sua posizione, a titolo definitivo, dando vita ad una delle opposizioni. 

Il comico - politico sta infatti promuovendo una raccolta firme per realizzare un referendum sull'uscita dall'euro, che ha infranto la promessa di sviluppo, minando il sostegno di Bruxelles e della Banca centrale europea .

Gli italiani hanno atteso tre anni dal capo della Bce Mario Draghi quelle emissioni monetarie che si sono avute con la Banca d' Inghilterra e Federal Reserve . Draghi parla  di fondi da pompare nelle economie in difficoltà della zona euro e la settimana scorsa lo ha fatto di nuovo.

Ma anche quando Draghi effettua una manovra, è improbabile che essa sia efficace. E gli stessi italiani lo sanno di aver bisogno di una svalutazione della moneta (riallineamento del rapporto di cambio dico io) . E' l'unica salvezza. 
I giapponesi lo hanno fatto. 

Non commettere errori , il ritorno alla lira sarà doloroso . Eppure sembra che  gli elettori siano prontia contemplare questa opzione per fermare il declino dell'economia.



venerdì 7 novembre 2014

Caro Sergio Romano Ti Scrivo

Lo confesso: inorridisco all'articolo-risposta con cui Sergio Romano liquida un suo lettore sul tema dell'Euro-exit. .

Preliminarmente non è affatto chiaro l'assunto per cui i sedicenti nostalgici della svalutazione vorrebbero uno Stato che continuasse a spendere in modo dissennato. Chi l'ha mai detto o scritto Romano ?

Secondariamente, sarebbe bene ricordare che la classe politica corrotta e clientelare della 1^ Repubblica rubava sui profitti degli investimenti pubblici, sulle grandezze industriali che creavano ricchezza e competitività.

Quella di oggi, invece, ruba sulle perdite. Diventa così motivo di "virtuosità" per i manager pubblici e privati il taglio di posti di lavoro.

Sergio Romano non ricorda, o evidentemente finge di non ricordare, che - tolta la sovranità monetaria all'Italia (col divorzio Ministero Tesoro-Banca d'Italia), e sottratta la leva valutaria che permetteva svalutazioni e rivalutazioni attraverso gli accordi fissi (SME prima ed Euro poi), restavano solo 2 strumenti per riconquistare la competitività:

a) innalzamento dei tassi d'interesse che, attraendo capitali esteri, sottraevano le risorse agli investimenti e - contemporaneamente - consentivano al paese forte, che non era più obbligato a rivalutare, di abbassare i suoi tassi d'interesse e fare politiche d'investimento in tecnologia innovativa che lo rendevano ancora + forte e competitivo.

b) La riduzione dei salari che tuttavia condannano al suicidio il paese perchè riducono la domanda interna e conseguentemente le risorse per gli investimenti, che restituirebbero la competitività sul piano internazionale.

4. Quanto ai debiti denominati in valuta estera, Sergio Romano evidentemente dimentica che imprese e banche italiane hanno anche CREDITI.

E' bene ricordare che il SETTORE PRIVATO NON BANCARIO ITALIANO è CREDITORE NETTO all'estero per 550 mld., mentre il settore bancario è debitore netto di circa 235 mld..

Certo, le svalutazioni impatterebbero negativamente sugli aggregati crediti e debiti, ma la ritrovata sovranità monetaria obbligherà lo Stato ad INTERVENIRE ALLESTENDO

1) LINEE DI CREDITO AGEVOLATO per le imprese che hanno esposizioni debitorie verso l'estero;
2) POLITICHE FISCALI a loro FAVOREVOLI,
3) LA RICAPITALIZZAZIONE DEL SETTORE BANCARIO e - laddove necessario - LA NAZIONALIZZAZIONE DI QUELLE BANCHE CON MAGGIORE ESPOSIZIONE.

Quello a cui assistiamo oggi è invece la totale svendita a buon mercato di tutto il nostro settore produttivo e bancario ai grandi potentati del Nord Europa e lobbysti a cui non potremo opporci restando nella trappola dell'Euro.